Quale valore al tempo? – 29/04/2023 – ilticino.it

Le riflessioni del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Nel contesto contemporaneo, caratterizzato da una vita frenetica, stressante, difficile e da temi
giuridici nuovi come la tutela dei diritti dei robot, le new tecnologies, le public utilities, le operazioni
straordinarie e il diritto della proprietà industriale e dei beni immateriali, un ruolo centrale nella
riflessione giuridica, filosofica e morale riveste ancora la tematica del tempo, tempo visto come bene
giuridico e dono, non solo sotto il profilo quantitativo, ma anche e sopratutto sotto quello qualitativo.
Il presente contributo si propone allora di fornire una riflessione, in chiave problematica e senza
alcuna volontà di mettere la parola fine a un dibattito che presenta radici antichissime, sul valore del
tempo, sul suo ruolo nella nostra vita e nei contesti del diritto – con riferimento soprattutto al diritto
penale e amministrativo -, della filosofia (Heidegger, Galimberti) e della teologia (S. Tommaso
D’Aquino, ripreso poi da Suarez). Sin da ora si può dunque intuire come parlare del tempo, il tempo
della vita, comporti trattare di un argomento trasversale, che coinvolge diversi settori del sapere
umano. Così, già nell’antichità, il filosofo Talete, vedendo un gran numero di mercanti e artigiani
greci sempre correre da una parte all’altra della città, mossi dal desiderio di arricchirsi, si chiedeva se
in realtà costoro stessero effettivamente investendo il loro tempo o se in realtà lo stessero sprecando,
privandosi di quei momenti di riflessione, di pensiero, di studio e di filosofia indispensabili per
l’anima, come pure ribadirà Cicerone, che, parlando di “otium” – inteso come tempo per lo studio e
il pensiero interiore – evidenzierà la sua indispensabilità e la sua preziosità. Nell’età arcaica, in effetti,
il tempo, rappresentato come “Kronos” che divora i propri figli (gli dei, tra cui Zeus, che tuttavia
ucciderà il padre liberando i fratelli), generava una sensazione di inquietudine, stante la sua volatilità.
Già nell’Iliade, tuttavia, Achille fa constare che il poco tempo a disposizione dei mortali possiede una
qualità superiore a quello, indeterminato, a disposizione degli dei, giacché per un condannato a morte
tutto ha un sapore migliore, più bello. Ecco allora che di lì a poco si formerà nella mentalità dell’uomo
greco quella concezione di tempo come ripetersi ciclico che verrà molti secoli dopo ripresa da
Nietszche. Nella prospettiva circolare, allora, gli uomini sono come le generazioni delle foglie,
destinate le nuove a sostituire le precedenti, ma senza alcuna drammaticità del momento.
Successivamente, con l’affermarsi del cristianesimo, a questa concezione circolare si sostituisce una
concezione verticale. La vita diventa bene per eccellenza, diventa dono, acquisisce un valore
superiore, e come tale ogni azione nel mondo terreno produrrà un effetto uguale e contrario nella vita
ultraterrena, determinando la salvezza o la dannazione dell’anima. Proprio in questa visione verticale
si inserisce il pensiero di S.Tommaso D’Aquino, ripreso poi dal gesuita Suarez. S.Tommaso infatti
distingueva la legge tra quella umana e quella divina, evidenziando come al tempo imperfetto e
caratterizzato dalla contaminazione del peccato originale, quello terreno, si contrapponga il tempo
divino, ancora perfetto e totalmente immacolato. In entrambi i casi, continua S.Tommaso, però,
sempre di tempo si parla, sebbene quello terreno sia solo, per usare un’immagine platonica, un’ombra
proiettata sulla caverna di quello divino. Ecco allora il legame funzionale, il nesso, tra il tempo della
vita terrena e quello della vita ultraterrena: il tempo come bene, come dono, come orizzonte in cui
l’essere umano può mostrarsi meritevole. Tali aspetti verranno successivamente approfonditi con
Heidegger, che, nella propria opera maggiore, “Essere e tempo”, contrapporrà “l’essere” all’”esserci”,
all’”esistere”. Come si può intuire, anche nel linguaggio comune, un conto è dire “io sono, io vivo (in
senso biologico)”, un conto è dire “io esisto, io ci sono, io vivo appieno (in senso morale ed
esistenziale)”. Heidegger evidenziava inoltre, in una celebre intervista resa al giornale tedesco “Der
spiegel”, come l’uomo contemporaneo fosse “inquietante”, poiché privo di valori, poiché contenitore
vuoto, assorbito dalla tecnica e dimentico della filosofia – e in definitiva, potremmo aggiungere noi,
di quelli che i latini definivano “bonos mores”, ossia le tradizioni, i buoni costumi tramandati dagli
avi -. In un certo senso Heidegger, molti secoli dopo, riprende il pensiero di Talete, e forse non a caso.
Infatti, il rapporto dell’uomo con la propria vita, e prima ancora con il mistero della vita, è un tema
universale, che sopravvive al passare anche dei secoli. Ecco che allora il filosofo contemporaneo
Galimberti a sua volta riprende Heidegger, specialmente in un’opera di grande impatto, sui rapporti
tra tecnica, arte e filosofia: “Phsyke e Techne”. Galimberti connette il tema del valore del tempo, in
particolare, alla problematica educativa, evidenziando come nella società contemporanea la scuola
sia un’istituzione – e non un semplice istituto – in forte crisi, rischiando di trasformarsi in una mera
azienda, capace di sfornare magari buoni tecnici, ma scarse persone, in termini morali di uomini e di
donne. La tematica del tempo e del suo ruolo trova inoltre consacrazione anche a livello giuridico, di
normativa, di dottrina e di giurisprudenza. Il riferimento non è solo ai noti istituti di diritto civile che
si fondano sul decorso del tempo, come l’usucapione e la prescrizione dei diritti, ma soprattutto alla
funzione assiologica del “bene giuridico tempo” in relazione alla funzione rieducativa della pena e
alla sua durata, alla prescrizione dei reati (sotto il profilo penalistico), nonché al ruolo del tempo nel
procedimento amministrativo e più in generale nei rapporti tra privato e pubblica amministrazione
(sotto il profilo amministrativistico). Nel diritto penale, in particolare, il ruolo del tempo è
fondamentale, quale elemento sottostante all’intero sistema sanzionatorio. Di tempo il codice penale
parla infatti, implicitamente, con riferimento alla durata della pena, con riferimento ai presupposti per
l’ottenimento di determinate cause estintive del reato o della pena, con particolare riferimento alla
prescrizione dei reati. Di tempo però parla anche il fondamento costituzionale sulla funzione
rieducativa della pena, in un certo senso, come pure l’art. 111 Cost. con riferimento al principio di
ragionevole durata del processo. Di “termine ragionevole” parla anche, sul piano sovranazionale, l’art.
6 della Cedu (diritto a un equo processo), come pure, ancora, sul piano interno, il diritto processuale,
con riferimento alla ragionevolezza del termine a difesa. Gli aspetti che sul punto sono stati
maggiormente approfonditi dalla dottrina sono certamente due però, ossia il riferimento al
fondamento del tempo nella prescrizione dei reati e il tema del tempo in relazione alla durata della
pena e alla sua funzione rieducativa. Sotto il primo profilo, allora, si è detto che il tempo consente di
ritenere meno offensiva una condotta criminale, con la conseguenza che il reato, dopo un certo lasso
temporale, può considerarsi un fatto non più meritevole di sanzione; si è detto altresì, secondo distinto
ma connesso angolo visuale, che la prescrizione dei reati fonderebbe la sua ragion d’essere sul
principio per cui, a fronte di un notevole lasso di tempo, lo Stato non avrebbe più interesse a esercitare
la propria potestà punitiva (tesi del disinteresse statuale). Con riferimento poi alla durata della pena,
è principio risaputo che il giudice è chiamato a determinarla tra un minimo e un massimo edittale,
secondo i criteri di cui all’art. 133 c.p., tra cui, al numero 1) del primo comma dell’articolo 133 c.p.
figura proprio il tempo in cui è stata compiuta l’azione. Nella prospettiva rieducativa, allora, il tempo
si traduce in tempo di redenzione, in tempo di ripensamento, specie nel momento di esecuzione della
pena detentiva e dunque dell’incarcerazione. Il tempo allora deve essere ben utilizzato, dal giudice
quale elemento valutativo della condotta dell’imputato, come pure dall’imputato, nella prospettiva
del perdono o, per lo meno, della riflessione sulle proprie azioni. Il tempo gioca un ruolo cruciale
però anche nel distinto settore del diritto amministrativo. Al riguardo, la legge fondamentale sul
procedimento amministrativo, la l. 241/1990, dedica alla funzione del tempo nel procedimento
amministrativo, due norme fondamentali e di apertura, ossia l’art. 2 (conclusione del procedimento)
e 2 bis (conseguenze per il ritardo dell’amministrazione nella conclusione del procedimento). Le due
norme, seppur racchiuse in due distinti articoli, descrivono tuttavia una medesima realtà funzionale.
Chiaro è infatti che non sarebbe né concepibile né accettabile che un procedimento amministrativo
resti aperto sine die, senza che la legge imponga un termine di conclusione all’amministrazione (in
ossequio alla duplice funzione del termine, quale elemento di responsabilizzazione dell’agente e quale,
al tempo stesso, fonte di certezza del diritto), come pure non sarebbe accettabile che
l’amministrazione possa parimenti “farla franca”, emanando un provvedimento in ritardo (ecco allora
perché il legislatore ha sentito la necessità di introdurre l’art. 2 bis nel sistema). Una terza norma
notevole, con riferimento al tema del tempo inteso quale aspettativa giuridica del privato, quale fonte
di legittimo affidamento, è infine costituita dall’art. 10 l. 241/1990 (preavviso di rigetto), che prevede
l’onere per l’amministrazione di preavvertire il privato sull’esito di un procedimento, in modo da non
ingenerarne illusione – da notare infatti, peraltro, che l’ultimo periodo del predetto articolo 10 recita:
“non possono essere addotti tra i motivi che ostano all’accoglimento della domanda inadempienze o
ritardi attribuibili all’amministrazione” -. Tale ultimo enunciato getta idealmente un ponte
concettuale tra la nozione di tempo come bene giuridico e il tema della buona fede e della correttezza.
Chiaro è infatti che se l’Amministrazione lascia decorrere un amplio ventaglio temporale all’interno
dell’iter procedimentale o in sede di annullamento o revoca in autotutela, beh, questo certamente non
è elemento indifferente, specie sotto il profilo dell’esposizione risarcitoria. Lasciar passare troppo
tempo in questo senso equivale a illudere, a mentire, a tradire. Ma illudere, mentire e tradire sono
comportamenti apprezzabili anche sotto il profilo della (s)correttezza e della buona o mala fede (v.
sul punto, Ad.Plen. n. 5/2018). Il tema a sua volta torna a riconnettersi inevitabilmente al problema
morale, in quanto buona fede e correttezza, quali concetti giuridici indeterminati (per l’enucleazione
della categoria v. Consolo, Spiegazioni di diritto processuale civile), sono in definitiva concetti etici
o comunque metagiuridici. Ecco allora che il diritto non è mai solo legge, ma è anche qualcosa di più.
In fondo, parlare di diritto implica parlare della vita, ma anche di etica, di filosofia e di letteratura.
Emerge allora, da tutte queste riflessioni, filosofiche e giuridiche, che il tempo è un bene prezioso e
non va sprecato. In tale ottica deve allora salutarsi con favore l’esperimento di alcuni paesi
nordeuropei della settimana lavorativa breve e più in generale le politiche volte alla conciliazione tra
lavoro e vita privata. Il lavoro non è infatti solo produzione, ma è anche realizzazione. Diversamente,
infatti, non si comprenderebbe il significato etico del precetto di Repubblica italiana come repubblica
democratica fondata sul lavoro. Sotto altro versante, infine, se la vita è dono, è chiaro che tale natura
è condivisa anche dal suo formante, dall’orizzonte per mostrarsi meritevoli: il tempo della vita
appunto. Certamente, vedendo la vita come disgrazia (Esiodo, Le opere e i giorni, Leopardi, Operette
morali, dialogo di Tristano e di un Amico), non se ne comprenderebbe la bellezza e il ruolo del tempo
finirebbe per essere privo di significato. Se invece si vede la vita come dono, ancorchè sotto la
fattispecie della donazione modale, si comprende come, per riconnetterci a Talete, il tempo non è solo
quantità, non è solo produzione, non è solo intelletto, ma è anche e soprattutto qualità, passione e
cuore.

Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: https://www.ilticino.it/2023/04/29/quale-valore-al-tempo/

Il pianeta è fuori controllo?

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

No, il riferimento non è al pianeta che ci ospita e che riceve costantemente insulti e gravi danni da noi. Il quesito riguarda l’umanità, che, appunto, abita il mondo e lo devasta, con gravissimi rischi sempre crescenti. Se si considera a ritroso il cammino dell’uomo, non si incontra un solo secolo che sia stato esente da guerre, le quali hanno portato distruzione e morte. E, dunque, l’uomo si è sempre dimostrato abitatore belluino della terra: homo homini inimicus. Per limitare le riflessioni ai tempi più vicini a noi, l’elenco può principiare dal ‘900, detto “secolo breve”. E non si pensi che la prima metà sia stata la più atroce, perchè ha registrato – fra le altre, in primis le balcaniche – due guerre mondiali: sarebbe una considerazione del tutto fuorviante. Ed invero la seconda metà del secolo è stata funestata da guerre combattute in vastissime regioni del pianeta: dalla guerra di Corea a quella del Vietnam, dallo Yemen alla Palestina, perennemente in fiamme, dal Caucaso all’Afghanistan, dal Pakistan all’Iraq, alle guerre endemiche in Africa fra vari paesi. E l’elenco potrebbe continuare, prima di arrivare alla guerra Russo-Ucraina, che tuttora è in pieno svolgimento, con migliaia e migliaia di morti e distruzioni terribili. Né deve pensarsi che ogni danno inferto al pianeta scompare col tempo, ché anzi si cumula e si accresce. Alle calamità naturali (talvolta originate non dalla natura, bensì dalla mano dell’uomo), alle epidemie ormai globali come quella, dolorosissima, del covid 19, ai terremoti, alle spaventose carestie si aggiunge il pesante impatto a danno dell’ambiente prodotto dall’attività dell’uomo. Per troppo tempo si è pensato al pianeta come ad un contenitore infinito, capace di recepire e metabolizzare ogni guasto, anche il più tremendo. Solo da poco tempo ha preso piede la consapevolezza che così non è. Come un bicchiere pieno fino all’orlo, per quanto grande, alfine tracima, così il pianeta, sotto l’urto continuo delle attività umane è destinato a saturarsi, divenendo inconciliabile con la vita. Del resto, è così per tutto il sistema solare. L’ambiente favorevole alla vita è una sorta di anomalia, il frutto di infinite combinazioni d’elementi: proprio per questo un equilibrio fragile. La recente, parzialissima presa di coscienza di siffatta realtà ha fin qui prodotto timide reazioni, del tutto insufficienti ad ostacolare le crepe che si sono già materializzate. Si disputa all’infinito su quanto occorre fare, ma si fa poco o pochissimo. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Il fatto è che, per un verso, si continua a pensare con incredulità supponente a un disastro planetario, ogni paese pensa ai suoi interessi e non deflette da una secolare indifferenza per l’ambiente che lo circonda: il che si trasforma in un vero e proprio comportamento criminale. E, alfine, non si riesce minimamente ad arrestarlo. Eppure è noto a tutti che la terra è stata inabitata, per la gran parte della sua esistenza. Dovrebbe, allora, concludersi che l’umanità tutta abbia perso la testa e che non sappia e non voglia porsi il problema della sopravvivenza delle generazioni future. E non si pone mente neppure alle tante, tante specie che sono già scomparse dal pianeta. Nè si tien conto che la tecnologia non può e non potrà fare miracoli. Una transumanza degli umani dal loro pianeta è materia di fantascienza, non di scienza. E – come l’allargamento del buco dell’ozono, il riscaldamento dei mari, con i ghiacci del Polo Nord che si sciolgono irreparabilmente, le siccità, le alluvioni ci mostrano – non si può più perdere tempo. C’è un “troppo tardi”, che aleggia sul pianeta sinistramente, nell’auspicio che ancora non abbia cominciato a posarsi. In uno scenario cosiffatto si inseriscono molteplici altri fattori negativi. La terra è sovrappopolata, se non ancora in termini territoriali, certamente – e molto – in termini di risorse alimentari. È urgente la formazione di una coscienza globale dei terribili pericoli ai quali il pianeta va incontro: pericoli che, ad un certo punto, non saranno più disinnescabili. E continuare a vivere come se nulla fosse, è garanzia di “Armageddon”, che gli scienziati si affannano a conclamare, mentre si seguita a guerreggiare, a distruggere, a impoverire il pianeta delle sue risorse. Usque tandem.. fino a quando si potrà abusare di essere e stravolgere gli equilibri millenari della terra? E sì che stiamo già avvertendo non le prime avvisaglie, bensì gli scricchiolii veri e propri del pianeta esausto. Sentiranno gli umani la necessità di far fronte comune contro un nemico che diviene sempre più potente? Finora, i segnali non sono stati incoraggianti e l’incoscienza ha prevalso. Così, dopo diversi millenni di percorso faticoso della civiltà, siamo al punto di gran lunga più alto del pericolo di estinzione. E, sicuramente, la situazione si è ulteriormente aggravata a causa di qualche anno di pandemia globale, delle guerre, degli eventi avversi della natura – dei quali siamo in parte responsabili – che, nella loro funesta combinazione, ci hanno fatto vacillare paurosamente. Basteranno o gli umani smarriranno a tal punto la ragione e si dimostreranno talmente indegni da scomparire per autofagía?

Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: https://www.ilticino.it/2023/03/12/il-pianeta-e-fuori-controllo/

Quale giustizia per i Minori?

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Minori e Giustizia penale: breve introduzione al tema

Le notizie di cronaca documentano l’aumento vertiginoso dei reati ai danni del minore. Spesso nei contesti ambientali più sicuri, ossia quelli familiari, si consumano delitti efferati ove il minore è sovente la vittima oppure il testimone oculare. Proprio per questa ragione bisogna analizzare che cosa significhi per un giovane entrare in contatto con un procedimento penale, in cui le parti – attraverso il contraddittorio – tentano di ricostruire quanto accaduto.

Quando si entra in contatto con il minore, ossia con un soggetto che per definizione ha una personalità “vulnerabile” e ancora in formazione, tutti coloro che compiono gli atti procedimentali devono tenere dei comportamenti corretti, in modo tale da evitare di influenzare i ricordi del ragazzo oppure di ledere la sua personalità mediante delle domande poste in modo erroneo o, talvolta, finanche inappropriato.

Proprio per questa ragione si può iniziare a svolgere una riflessione sul rapporto che deve intercorrere col giovane che si ritrova all’interno delle dinamiche della giustizia penale. Si tratta di un tema assai delicato, che necessita – fin d’ora – un approccio che esuli da qualsivoglia preconcetto culturale e, all’opposto, si soffermi unicamente sulla complessità della personalità ancora “in fieri” del minore.

La delicatezza degli argomenti da trattare in caso abuso o violenza sessuale emerge già in tutta la sua potenza nel caso di vittima maggiore di età, ma qualora la vittima sia un bambino o un ragazzo, la tutela del minore, del suo equilibrio, della sua stabilità emotiva deve essere prioritaria, almeno al pari della ricerca della verità.

La giovane età della presunta vittima incide indubbiamente sulla attendibilità delle sue risposte, sulla precisione del suo ricordo, sulla assenza di fenomeni di rimozione. Ma ancor più, un minore coinvolto in un processo tanto delicato, rischia di crollare sotto il “peso” delle domande. È dunque essenziale proteggerlo dall’interrogatorio, proteggerlo dal dolore che riemerge nel ricordare fatti tanto gravi, accompagnarlo  nel prendere coscienza della utilità e necessità di raccontare il fatto e rassicurarlo sulla bontà dell’obiettivo finale.

Ma, per quanto condivisibili, queste attenzioni impongono al piccolo di rivivere il trauma e, forse ancor più difficile, di raccontare ad alta voce l’abominevole esperienza vissuta.

 *L’ascolto del minore come rappresentazione teatrale*

L’ascolto del minore nell’ambito di un procedimento penale per reati in materia di violenze e abusi sessuali può essere paragonato ad una rappresentazione teatrale, in cui il ruolo di attore principale è affidato alla vittima, unica e vera protagonista sulla quale si concentra l’attenzione dei giudici, dei difensori, dei consulenti al fine di valutarne l’attendibilità.

Certo si tratta di una metafora forte, che forse vuole essere anche un po’ provocatoria, perché il tema di oggi e i quesiti che vi sono sottesi, in particolare quello relativo alla rilevanza della eziologia dell’ascolto e degli obiettivi dell’audizione del minore vittima di un abuso nell’ambito di un processo, implicano, notoriamente, il confronto con problematiche di particolare complessità, che vanno ben oltre la cornice del processo penale e richiedono l’intervento di diverse professionalità quali il Tribunale per i Minorenni, il giudice civile, il giudice tutelare e, ancora, assistenti sociali, educatori, medici, psicologi.

Questa tipologia di processi è caratterizzata quasi sempre da poche certezze e molti dubbi e che comportano per gli operatori che devono affrontarli, forze dell’ordine, giudici, avvocati, psicologi, anche un forte carico emotivo e psicologico, oltre a richiedere per la loro corretta gestione processuale e sostanziale, un’elevata e specifica professionalità.

Il mondo della giustizia in genere e, soprattutto, il processo penale, ma anche quello civile, sono caratterizzati da regole rigide, da meccanismi, tempi e procedure che se appaiono spesso incomprensibili e in alcuni casi anche frustranti per le aspettative di un adulto, possono diventare ostili e traumatiche per un bambino, la cui personalità fragile, fantasiosa, ma anche spontanea e sincera, può essere gravemente compromessa dall’esperienza con il giudice e con gli altri protagonisti del processo, soprattutto, in un contesto processuale così difficile e problematico come quello relativo all’accertamento dei reati di violenza sessuale.

Questo perché spesso agli occhi di chi assiste a un processo e, a maggior ragione, agli occhi di un minore, lo svolgimento dell’udienza sembra quasi una rappresentazione teatrale, in cui tutti i protagonisti, giudice, pubblico ministero, avvocati, imputati possono cambiare, come avviene per gli attori nella commedia dell’arte e si muovono seguendo soltanto un ‘canovaccio’ che può essere continuamente rifinito e modificato nel continuo divenire della storia per arrivare ad un finale, sempre diverso, la cui buona riuscita dipende in larghissima parte dall’esperienza e dalla professionalità apportata da ogni protagonista della rappresentazione.

Nell’ambito di questa metafora, tuttavia, la peculiarità del processo penale in cui è coinvolto un minore vittima di abuso, ma anche di altri reati, è costituita dal fatto che l’attore principale, il minore, diversamente dagli altri attori, è del tutto estraneo al palcoscenico del processo, non conosce le battute del suo ruolo, che può snodarsi compiutamente nel corso dei vari atti e delle varie scene della commedia rivelando al pubblico l’intera trama delle storia, ma può anche fermarsi molto prima del finale, estinguendosi dopo le prime battute per l’incapacità degli altri attori di capire e di modificare l’originario brogliaccio in base al racconto del protagonista.

 *L’ascolto del minore vittima di violenza sessuale in pubblica udienza*

La letteratura in materia e gli studi scientifici e psicologici ma, soprattutto, l’esperienza giudiziaria concreta, che è anche la mia esperienza personale, dimostrano concordemente che l’ascolto di un minore vittima di violenza sessuale in una pubblica udienza, seppur svolta a porte chiuse, costituisce un’esperienza altamente traumatica, che può produrre ulteriori effetti negativi e gravi danni sulla sua personalità e sul suo sviluppo psichico già gravemente compromessi dall’abuso subito. Il bambino costretto a ricordare e a riferire la sua drammatica esperienza alla presenza delle parti processuali, giudice, pubblico ministero, avvocati, soggetti per lui del tutto estranei e, soprattutto, alla presenza del presunto abusante, a volte, senza neppure la minima protezione di un paravento, nella maggior parte dei casi assume un atteggiamento negativo di difesa, se non addirittura di netto rifiuto, chiudendosi in un ostinato silenzio o trincerandosi dietro a generici «non ricordo».

In questi casi la testimonianza assume una valenza negativa anche per il processo penale, il cui obiettivo è quello di accertare l’esistenza dell’abuso ed individuarne il responsabile. Al contrario, se il minore viene ascoltato in un ambiente accogliente e rassicurante alla sola presenza del giudice e dello psicologo, che in genere ha già avuto modo di conoscerlo in precedenza e che lo ha preparato all’incontro con l’autorità giudiziaria, il bambino appare subito più sereno e collaborativo e, se interrogato con modalità corrette e con un linguaggio adeguato alla sua età, si rivela certamente più disponibile a ricordare e a raccontare.

L’accertamento del reato e l’individuazione del suo autore che costituiscono le finalità proprie del processo penale e la tutela del minore sono obiettivi certamente non in contrasto tra loro, bensì, complementari e interdipendenti.

In materia di reati sessuali, è soltanto con un rigoroso accertamento dei fatti accaduti, capace di ristabilire con certezza il ruolo di vittima e di colpevole, poi confermato da una sentenza penale di condanna, che davvero si realizza la tutela del minore, il quale da quel momento, acquisendo la consapevolezza di essere creduto e riconosciuto nel suo ruolo di vittima (e non di complice- colpevole come spesso si sente il bambino abusato), può essere aiutato a ricostruire la sua identità compromessa dai gravi reati subiti.

Non dimentichiamo infatti che l’abuso in danno di un minore, ancor prima di essere fisico, psicologico o sessuale, è caratterizzato da una situazione di abuso di posizione dominante, a cui può efficacemente contrapporsi solo un potere diverso e superiore, quale appunto quello dello Stato, nelle sue articolazioni amministrative, giudiziarie, civili e penali.

Il legislatore ben consapevole di questo, recependo le esigenze di protezione e di attenzione del minore, ha previsto la possibilità di assumere la testimonianza del minorenne vittima di violenza sessuale, quando ancora il processo si trova nella fase delle indagini preliminari e quindi nell’immediatezza delle rivelazione del presunto abuso, senza aspettare i tempi sicuramente più lunghi del dibattimento, nell’ambito di un’udienza particolare che viene svolta dal giudice per le indagini preliminari e che tecnicamente si chiama incidente probatorio.

La ratio di questa udienza ‘anticipata’ è quella di evitare al minore il trauma di audizioni ripetute consentendo, nel contempo, di non disperdere una prova così importante e di acquisirla nel contraddittorio tra accusa e difesa e con il controllo rigoroso del giudice sulle modalità della sua assunzione.

 *Conclusioni* 

Ebbene, se dunque la Giustizia è un momento essenziale della vita della società, lo è ancor di più quando coinvolga − in qualsiasi modo − un minore: un minore è il futuro della Società, e come tale va trattato con estrema attenzione; un minore è una persona in fieri, la sua personalità, il suo carattere, le sue attitudini, devono ancora formarsi e consolidarsi, e quindi merita di essere trattato con estrema cura: un intervento sbagliato delle Istituzioni può avere effetti devastanti su un essere umano ancora in pieno divenire, potendone cambiare irrimediabilmente il corso della crescita. Proprio per questo il contributo tecnico di esperti psicologi profondi conoscitori della mente e dell’anima umana, è senza dubbio fondamentale.

Dott. Gustavo Cioppa (Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: https://www.ilticino.it/2023/01/05/quale-giustizia-per-i-minori/

Bang bang. Ma cosa sta succedendo nelle nostre scuole?

Nel bel mezzo di una lezione, una professoressa è stata colpita alla testa e all’occhio da un doppio colpo di pistola (grazie al cielo a dardi o a piombini). Oltre al danno, è stata anche vittima di derisione, vigliaccamente ripresa – dolorante – da un cellulare di un alunno “connivente”.
Qualche giorno dopo, un professore è stato offeso e deriso davanti ai suoi studenti, per poi reagire – sbagliando – con un colpo inferto violentemente all’insolente “buffone”.

Ma cosa sta succedendo nelle nostre scuole?
Cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?

Senza voler scomodare i mores maiorum (o tempora…!), scene come quelle della scuola di Rovigo erano assolutamente impensabili, fino a pochi anni fa. Inimmaginabili per generazioni di persone che nutrivano un rispetto e un sano timore reverenziale nei confronti delle istituzioni scolastiche, ben consapevoli che alle reprimende del docente e della presidenza si sarebbero aggiunte le ben più temibili reazioni – non solo e non tanto “fisiche” – in famiglia.
Bene dunque ha fatto la madre del ragazzo di Pontedera a bollare subito come sbagliato l’atteggiamento del figlio, che dovrebbe “nascondersi per la vergogna”.

Cosa è successo tra la generazione delle vergate sulle mani e quella delle “schioppettate” (a piombini) in classe?

Le giovani generazioni da anni vivono in contesti permissivi, comprensivi, di dialogo, di educazione basata su parole e ragionamenti. Gli stessi psicologi, come quella della scuola di Polesine, tendono a parlare, a discutere, a confrontarsi con i ragazzi, e a sanzionare i comportamenti irrispettosi e inaccettabili, sopra riportati, con misure forse troppo morbide e fiduciose.
Si parla di educazione, ascolto, confronto e comprensione reciproca.
Le misure plateali, esemplari – come si diceva all’epoca – oggi sono spesso guardate con sospetto. Eppure hanno sortito talora risultati positivi, rafforzando spesso il carattere e forgiando i giovani al sacrificio.
La verità è che è difficile decidere quale sia la misura più adatta alla singola circostanza.
È difficile agire su ragazzi che escono da due anni e oltre di limitazioni della socialità a causa del Covid. L’attività delle scuole e degli psicologi, poi, diviene assai complessa laddove non vi sia alla base una seria linea educativa nelle famiglie.

Il lavoro di educatore è lungo e di grande responsabilità. Sono poche e preziose le persone che riescono a mettere un seme, nei ragazzi, che sboccerà facendo di loro uomini e donne di valore.
E, ancora una volta, la collaborazione tra tutti gli attori (scuola, famiglie, ragazzi e istituzioni) e la imprescindibile preparazione umana, oltre che professionale, degli insegnanti possono fare la differenza.
Tuttavia il percorso è lungo, delicato e accidentato, e comporta impegno e dedizione assoluti. L’attività di supporto psicologico, inoltre, diviene essenziale nell’ambito di procedimenti civili o penali, dove lo studio e l’esame della persona sssume un’importanza determinante, anzi spesso imprescindibile.
La vera educazione è educazione alla responsabilità, termine che si riferisce di certo alla consapevolezza di ciò che si è, ma implica anche la previsione delle sanzioni alle quali si espone chi infrange le regole.

Gustavo Cioppa
Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica presso il Tribunale di Pavia

per visionare l’articolo: https://psicologiaintribunale.it/bang-bang-ma-cosa-sta-succedendo-nelle-nostre-scuole

Bang bang. Ma cosa sta succedendo nelle nostre scuole?

Nel bel mezzo di una lezione, una professoressa è stata colpita alla testa e all’occhio da un doppio colpo di pistola (grazie al cielo a dardi o a piombini). Oltre al danno, è stata anche vittima di derisione, vigliaccamente ripresa – dolorante – da un cellulare di un alunno “connivente”.
Qualche giorno dopo, un professore è stato offeso e deriso davanti ai suoi studenti, per poi reagire – sbagliando – con un colpo inferto violentemente all’insolente “buffone”.

Ma cosa sta succedendo nelle nostre scuole?
Cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?

Senza voler scomodare i mores maiorum (o tempora…!), scene come quelle della scuola di Rovigo erano assolutamente impensabili, fino a pochi anni fa. Inimmaginabili per generazioni di persone che nutrivano un rispetto e un sano timore reverenziale nei confronti delle istituzioni scolastiche, ben consapevoli che alle reprimende del docente e della presidenza si sarebbero aggiunte le ben più temibili reazioni – non solo e non tanto “fisiche” – in famiglia.
Bene dunque ha fatto la madre del ragazzo di Pontedera a bollare subito come sbagliato l’atteggiamento del figlio, che dovrebbe “nascondersi per la vergogna”.

Cosa è successo tra la generazione delle vergate sulle mani e quella delle “schioppettate” (a piombini) in classe?

Le giovani generazioni da anni vivono in contesti permissivi, comprensivi, di dialogo, di educazione basata su parole e ragionamenti. Gli stessi psicologi, come quella della scuola di Polesine, tendono a parlare, a discutere, a confrontarsi con i ragazzi, e a sanzionare i comportamenti irrispettosi e inaccettabili, sopra riportati, con misure forse troppo morbide e fiduciose.
Si parla di educazione, ascolto, confronto e comprensione reciproca.
Le misure plateali, esemplari – come si diceva all’epoca – oggi sono spesso guardate con sospetto. Eppure hanno sortito talora risultati positivi, rafforzando spesso il carattere e forgiando i giovani al sacrificio.
La verità è che è difficile decidere quale sia la misura più adatta alla singola circostanza.
È difficile agire su ragazzi che escono da due anni e oltre di limitazioni della socialità a causa del Covid. L’attività delle scuole e degli psicologi, poi, diviene assai complessa laddove non vi sia alla base una seria linea educativa nelle famiglie.

Il lavoro di educatore è lungo e di grande responsabilità. Sono poche e preziose le persone che riescono a mettere un seme, nei ragazzi, che sboccerà facendo di loro uomini e donne di valore.
E, ancora una volta, la collaborazione tra tutti gli attori (scuola, famiglie, ragazzi e istituzioni) e la imprescindibile preparazione umana, oltre che professionale, degli insegnanti possono fare la differenza.
Tuttavia il percorso è lungo, delicato e accidentato, e comporta impegno e dedizione assoluti. L’attività di supporto psicologico, inoltre, diviene essenziale nell’ambito di procedimenti civili o penali, dove lo studio e l’esame della persona sssume un’importanza determinante, anzi spesso imprescindibile.
La vera educazione è educazione alla responsabilità, termine che si riferisce di certo alla consapevolezza di ciò che si è, ma implica anche la previsione delle sanzioni alle quali si espone chi infrange le regole.

Fonte: https://psicologiaintribunale.it/bang-bang-ma-cosa-sta-succedendo-nelle-nostre-scuole/

Un applauso per Bobo: Gustavo Cioppa ricorda Roberto Maroni

Il magistrato è stato il suo Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Oggi, se n’è andato Roberto Maroni,  un grande politico e un amico.  Una persona con cui ho avuto il privilegio di lavorare per quasi tre anni, nel corso dei quali ho potuto apprezzare il suo impegno  nel governo della “Res pubblica”.

Bobo, così gli piaceva essere chiamato, davanti a ogni difficoltà – grazie al suo temperamento pacato e riflessivo, al suo buon senso, alla sua progettualità e alla sua visione lungimirante – riusciva a trovare delle soluzioni condivise, anche perché era pienamente consapevole del valore della squadra. Anche nei momenti di tensione, che pure non sono mancati, mai l’ho visto scomporsi, ma – attraverso la mediazione e la discussione – riusciva a individuare la via che meglio si confacesse all’interesse della comunità. Ed è proprio in questi momenti che ho compreso pienamente il valore, le difficoltà e, soprattutto, lo spirito di servizio che deve necessariamente avere l’uomo che si dedica, come Roberto, all’ars politica. In svariati momenti ha dovuto prendere delle decisioni rapide, in brevi istanti, e riusciva a fermarsi e a comunicare  che cosa fare, prediligendo, sempre e comunque, l’interesse della comunità.

Sicuramente un grande politico, ma anche un musicista che si dedicava a suonare l’organo di Hammond. Interessato  a tutte le altre espressioni artistiche e  che aveva, comunque, un profondo amore per la cultura.

Ha vissuto, a causa di vicende giudiziarie, per sei lunghi anni, sotto l’incubo del processo, con grande dignità e sofferenza, perché  innocente e consapevole di non aver commesso alcun reato. Il suo profondo senso delle Istituzioni non gli ha fatto perdere fiducia nella giustizia e, anche se non poteva che sentirsi vittima di ingiustizia, non è mai voluto apparire come  “vittima” di un errore giudiziario. Alla fine, come era evidente a tutti noi  che lo conoscevamo bene, le accuse sono cadute e si è arrivati a un accertamento della sua innocenza. Quindi, giustizia è stata fatta. Purtroppo, il procedimento gli ha causato delle ferite che non si sono mai rimarginate.

Con queste poche parole provo a trasmettere il mio ricordo, indelebile nella memoria, di un grande politico e di un Amico eccezionale, che mi ha trasmesso tanto e che non dimenticherò mai.

Ciao Bobo.

Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: https://www.ilticino.it/2022/11/22/un-applauso-per-bobo-gustavo-cioppa-ricorda-roberto-maroni/

Non basta studiare il fascicolo. Bisogna indagare la persona

“Un’ingiustizia commessa in un solo luogo è una minaccia per la giustizia in ogni luogo”. Gustavo Cioppa, più di 40 anni nella magistratura (procuratore capo a Pavia e sostituto procuratore generale a Milano tra gli incarichi), scomoda Martin Luther King per fotografare “la gravità del fenomeno”. “L’errore esiste, ma deve essere fisiologico e non patologico”, aggiunge l’ex sottosegretario di Regione Lombardia durante la presidenza Maroni.

Dove sta la patologia che determina tanti errori?

“La persona va studiata a 360 gradi e i magistrati hanno grande responsabilità: la misura cautelare deve arrivare dopo un attento studio del fascicolo. Il magistrato deve avere la capacità di capire in profondo la persona. Non si deve essere superficiali, ma si deve approfondire per evitare di utilizzare uno strumento così pesante come il carcere, che è la “extrema ratio“”.

Come dovrebbe comportarsi un magistrato?

“L’episodio su cui indaga non può essere avulso dal resto della vita della persona stessa. Oltre al fascicolo è necessario approfondire la personalità dell’individuo indagato”.

È adeguata la riparazione dell’errore?

“Nessun tipo di riparazione finanziaria riesce a coprire completamente il danno subìto. Una persona in carcere subisce un cambiamento radicale stravolto da scelte altrui: prima si è a proprio agio e poi si è in un ambiente che diviene invivibile. Sono poche le persone che riescono a reinventarsi dopo la rottura di un percorso. Il carcere è come una frana che interrompe una strada: una parte della persona muore”. L.B.

Fonte: https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/non-basta-studiare-il-fascicolo-bisogna-indagare-la-persona-1.8177925

Elisabetta II, una regina assolutamente al di fuori del comune

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Abbiamo appena assistito – in grandissimo numero – ad un evento eccezionale: i funerali di Elisabetta II. Uno spettacolo, pur luttuoso, ma non per questo meno spettacolare. Verrebbe voglia di dire, col Manzoni “né sa quando una simile orma di piè mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà”. E già, lo spettacolo era sontuoso, ma i quattro miliardi di persone  – i rimanenti non possedevano il televisore o non avevano disponibile  Internet – non erano attratti, se non in minima parte, dallo spettacolo: desideravano rendere omaggio ad una piccola donna, quasi centenaria, che era stata una grandissima regina, già in vita passata alla storia. Abbiamo visto file chilometriche di persone che volevano rendere personalmente omaggio alla defunta, sottoponendosi a lunghissime ore di attesa. Non è esagerato osservare che un evento simile non s’era mai visto: eppure, tanti monarchi, presidenti, persone illustrissime muoiono ogni giorno, avendo meritato  stima ed affetto generali.

E, allora, perchè la morte di Elisabetta ha suscitato tanta attenzione, tanta commozione?  Ebbene, la risposta è inequivoca: per le qualità della persona, assolutamente al di fuori del comune. Si fosse trattato di un presidente piuttosto che di un regnante, di un grande scienziato o di un benefattore dell’umanità, lo spettacolo sarebbe stato diverso, ma la commozione sarebbe stata la stessa.

Ebbene, cosa aveva Elisabetta di tanto speciale? Anzitutto la volontà consapevole di essere – lei regina – al servizio della democrazia (la più antica dell’età moderna) e dei suoi connazionali; la capacità di tenere uniti – in tempi di grandissimi cambiamenti – tutti i popoli del Commonwealth, autonomi ed indipendenti, ma uniti dal legame con la regina, come ha documentato ampiamente la cerimonia funebre; un’interpretazione del ruolo mai sopra le righe con un esemplare spirito di dedizione al suo compito.

Ha attraversato due secoli: quasi tutto il ‘900 ed i primi, tumultuosi, ventidue anni del nuovo millennio. Ha vissuto la seconda guerra mondiale a Londra, con i genitori, sotto le bombe tedesche. Giovane regina, è stata sempre accanto al suo popolo nell’ardua opera di ricostruzione postbellica. Ha assistito, partecipe, all’inevitabile dissoluzione dell’impero ed all’assestamento, tutt’altro che facile, del già citato Commonwealth. Ha consigliato, ricevendoli quasi quotidianamente, decine e decine di Primi Ministri. Ha vissuto, senza mai scomporsi, ma con vigile attenzione, la crisi del “Canale di Suez”, le guerre arabo-israeliane, che vedevano cospicui interessi britannici in gioco, la guerra delle Falkland  combattuta, nell’altro emisfero della terra, dalle forze armate inglesi contro quelle argentine. E si potrebbe a lungo continuare nella elencazione.

Sempre e comunque la regina ha costituito per gli inglesi un fermo e sicuro punto di riferimento. Ha sepolto il padre, la madre, la sorella, il marito con lo stesso, grave contegno di lutto e di dolore, testimoniando un animo fortemente addolorato, ma uno spirito sempre saldo e risoluto. E, allo stesso modo, ha affrontato le difficoltà cui una grande e numerosa famiglia va spesso incontro.

Al centro di tutto sempre lei, la piccola Lilibeth, chiamata a risolvere i problemi di tutti. Che altro dire di una regina inimitabile? Tanto altro ci sarebbe da dire. Anzitutto, che è stata degna  quanto a determinazione e consapevolezza del proprio ruolo, naturalmente in tempi e costumi diversissimi, quant’altri mai, della omonima sua, figlia di Enrico VIII  e di Anna Bolena, che regnò quattro secoli prima.

Ha lasciato un inimitabile esempio di probità, di vita austera ed aliena da ogni frivolezza, di grande donna e di grande regina, cui hanno sempre guardato, susseguendosi nel tempo, tutti i grandi della terra. E, allora, bandiere abbrunate non solo sulla Torre di Londra e su tutti gli edifici pubblici d’Inghilterra, ma anche nel cuore di tutti coloro che sanno apprezzare un animo nobile e uno spirito di serena, assidua compostezza: di dignità, alfine, davvero regale.

Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: https://www.ilticino.it/2022/10/01/elisabetta-ii-una-regina-assolutamente-al-di-fuori-del-comune/

Baby gang criminali, un triste fenomeno della nostra società

“Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; ma l’indifferenza dei buoni”

Martin Luther King

Custodite ipsum excelsum“: le parole mi risuonano ancora nella mente. Era l’incipit del discorso del Procuratore Generale Pier Luigi Dell’Osso all’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2015. “La massima attenzione, senza soluzione di continuità, occorre rivolgere alle realtà criminali, specie a quelle inedite, dei Paesi più a rischio, come gli stati dell’America Latina” proseguiva il Procuratore Generale: “Spesso quelle triste realtà prefigurano quanto potrà accadere nel nostro Paese. Le ‘pandillas’ giovanili, che già rapinano e spaventano le popolazioni civili delle grandi città del Messico, della Colombia, dell’Ecuador, e via dicendo, rappresentano una emergenza criminale tutt’altro che virtuale, la quale potrebbe facilmente attecchire in Italia, e ciò perché esistono le precondizioni: difficoltà economico- sociali, forte malessere giovanile, disoccupazione crescente. È proprio questo l’humus favorevole alle aggregazioni giovanili, che si danno alla delinquenza di strada, più pericolosa perfino della grande criminalità organizzata, stanti la composizione eterogenea, variabile e la scarsa coesione che le caratterizza. Cosi si verificano i sequestri di persona così detti lampo, entrando fulmineamente nelle auto ferme in lunghe colonne, della circolazione quotidiana, e costringendo il conduttore a dirigersi verso casa per poter fare razzia di valori. Una variante più semplice e meno rischiosa è la rapina consumata direttamente e velocemente in auto. Gli episodi del genere accadono a migliaia, senza tregua. La specialità delle bande giovanili, delle ‘pandillas’ è, comunque, costituita dai gravi delitti compiuti nei locali pubblici, nelle discoteche, talvolta nelle banche meno protette. E la prospettiva di un assassinio non è certo remota, ma fa parte della quotidianità. Le ‘pandillas’, specie quando composte da numerosi membri, non disdegnano, naturalmente, lo spaccio di droga al dettaglio, si intromettono negli spazi liberi, lucrosissimi, dell’emigrazione clandestina, si scontrano ferocemente fra loro per il predominio territoriale. Ebbene, una realtà siffatta può agevolmente verificarsi in Italia, se non si adottano sollecite iniziative di prevenzione, d’ ‘intelligence’, di approfondimento professionale del fenomeno criminale”.

Un fenomeno che si verifica da tempo nel nostro Paese

Il discorso del Procuratore Generale Dell’Osso proseguiva con il richiamo di dettagli, specifici e significativi, della ferocia delle succitate bande di giovani sbandati, operanti ai margini della società, senza alcun riferimento che non sia la predazione, la violenza, il delitto. Quel che mi preme sottolineare è che tale fenomeno, illustrato e paventato dal Procuratore Generale Dell’Osso con tanto anticipo, ha, già da non poco tempo, principato a verificarsi nel nostro Paese, specie al nord, con scontri fra bande nostrane, con la non sporadica presenza di stranieri privi di risorse e di opportunità di lavoro, sovente disperati. Non siamo ancora, se non in alcuni casi, agli assalti sistematici agli automobilisti, ma occorre far di tutto per evitare tale imbarbarimento. La lezione proveniente da altre realtà geografiche deve esserci di duro monito, come ha, autorevolmente stigmatizzato il Procuratore Generale Dell’Osso in quel lontano 2015. Ho voluto iniziare questo articolo su un tema così importante citando il Procuratore Generale di Brescia, Magistrato di grande coraggio, esperienza e capacità professionale, che nel discorso di Inaugurazione dell’Anno Giudiziario del 2015 evidenziò in maniera incisiva e preveggente la situazione del Sud America, riferita alle conseguenze in Italia, riguardo le bande di giovani. Nell’ambito della devianza giovanile, infatti, uno dei fenomeni più allarmanti è quello delle così dette bande giovanili, conosciute anche come “baby gang”, sono dedite alla microcriminalità: composte da giovani, a volte minori, indifferentemente italiani e immigrati di seconda generazione, appaiono come gruppi caratterizzati da una struttura non gerarchica, agiscono in modo improvvisato ed estemporaneo. In questo contesto, però, si differenzia il fenomeno delle “gang” sudamericane, le “pandillas”, queste rappresentano la fonte di preoccupazione maggiormente importante. Si tratta, come anticipato, di organizzazioni che vedono la loro nascita nel Sud America per poi diffondersi negli Stati Uniti e in Europa, in Italia la loro presenza è ampiamente conosciuta a Milano dove esercitano anche, quasi fosse un videogioco, una violenza casuale e immotivata nei confronti di vittime assolutamente innocenti e inoffensive. Si tratta di organizzazioni che solo latamente si ispirano ai gruppi originari d’oltreoceano e si sviluppano sul territorio italiano in maniera autonoma. Le numerose inchieste giudiziarie nel nostro Paese hanno cercato di sradicare il fenomeno e porre così fine alla operatività di queste organizzazioni. Ma, nonostante gli arresti e le condanne, i gruppi sembrano essere ancora attivi.

In Sud America l’origine di queste associazioni per delinquere

Queste associazioni per delinquere, come predetto, hanno origine in Sud America, dove reclutano giovanissimi tant’è che una di queste, la “Barrio 18”, è conosciuta anche come “l’esercito dei bambini” per la propensione ad assoldare anche minori. Probabilmente si tratta di compagini formate perlopiù da soggetti che non sono stati ammessi in organizzazioni più importanti come i Cartelli della Droga e si organizzano sul territorio per gestire lo spaccio di sostanze stupefacenti al dettaglio e imporre il proprio dominio venendo anche spesso in conflitto con altre bande. Il fenomeno si espande, come predetto, sia negli Stati Uniti che in Europa, l’immigrazione economica, di prima o seconda generazione, fornisce un bacino di disperati utili per il reclutamento, i giovani soggetti, attratti dalla possibilità di facili guadagni, si fanno facilmente irretire, ove, gioca un ruolo anche un senso di appartenenza (in genere gli associati provengono tutti dallo stesso paese) e di emulazione. Come anzidetto la gestione del traffico di stupefacenti, conseguente vendita al dettaglio e il dominio del territorio caratterizzano l’operatività delle bande, che talvolta si determina con suddivisioni in zone di influenza. Spesso i rapporti tra i diversi sodalizi sono cruenti e abbiamo assistito anche ad omicidi, tuttavia, talvolta si associano per migliorare l’efficacia delle loro azioni, spartendosi così il potere. I processi e i provvedimenti di reclusione non riescono a circoscrivere il fenomeno: bisognerà, quindi, porsi dei quesiti in ordine a quale sia l’atteggiamento giusto per, se non eliminare, almeno ridimensionare il problema. Sarebbe essenziale poter assicurare a questi giovani la libertà dal bisogno, è indubbio che se ci fosse la possibilità di procurarsi il sostentamento in modo onesto, riusciremmo a togliere uno degli elementi di maggior presa delle organizzazioni, perché in fondo questi giovani oggi non hanno nulla da perdere; nell’ambito della prevenzione la scuola ha un ruolo importante, anche perché spesso le famiglie, ammesso siano presenti, non forniscono nessuna garanzia riguardo la formazione dei ragazzi. Negli Stati Uniti vengono organizzati negli istituti scolastici degli incontri con ex appartenenti alle bande che hanno trovato riscatto e si sono reinseriti pienamente nel consesso della società civile. Il racconto del vissuto degli ex associati ai sodalizi criminali può essere più efficace nei confronti dei coetanei di esposizioni troppo teoriche operate dagli educatori, che pure hanno la loro importanza considerato che hanno contatti quotidiani con gli studenti, ma utilissimi sono pure gli interventi di alcune Ong che si occupano specificatamente di tali questioni.

Il percorso di recupero di questi giovani

Se pure la prevenzione gioca un ruolo fondamentale ci si interroga altresì su come sia possibile il recupero di questi soggetti, la detenzione sovente acutizza il problema, in quanto all’interno delle carceri le organizzazioni continuano ad esistere e a formare gruppi di influenza anche se i componenti risultano ristretti. In questo scenario l’essere condannati e subire i provvedimenti giudiziari è addirittura motivo di vanto tra gli associati che sono soliti tatuarsi, quasi fossero dei gradi, rappresentazioni afferenti alle condanne subite. Il compito della Giustizia Riparativa è davvero arduo, ma sembra l’unica strada percorribile in quanto la risposta repressiva, come abbiamo visto, non riesce ad arginare il fenomeno e, in qualche modo, forse lo aggrava perché gli appartenenti alle bande, una volta tornati in libertà, tornano ad agire nei sodalizi criminali con ancora maggiore determinazione e, forti, della loro esperienza come detenuti, hanno una grande influenza sui neofiti. Bisognerà intendere questi fenomeni criminosi non solo come trasgressione di una norma, ma come accadimenti che determinano la rottura di prospettive e legami sociali condivisi. E’ necessario, quindi, adoperarsi per la rielaborazione del conflitto e il consolidamento del senso di sicurezza collettiva. Il giovane dovrà cercare possibili soluzioni agli effetti del reato e impegnarsi per la riparazione delle conseguenze che ha cagionato. Soprattutto il reo deve prendere coscienza di se stesso e ripensare un nuovo codice di valori personali e sociali. Certo non basta, servono interventi concreti affinché sia offerta una possibilità di riscatto: se a fine pena il ragazzo non ha possibilità di trovarsi una occupazione ricadrà, giocoforza, nuovamente sotto l’influenza delle “gang” criminali. Infine, queste persone non devono essere emarginate dalla comunità perché altrimenti interagiranno solo tra i loro simili invece che integrarsi. Spesso privi di famiglia, questi così detti devianti cercheranno quei legami affettivi di cui sono privi all’interno delle organizzazioni che sembrano, a prima vista, offrire un legame di appartenenza che sublima la mancanza di affetti e di vere relazioni amicali e sociali. In questo scenario, quindi, appare urgente recuperare questi soggetti anche perché può essere solo di aiuto per la società poiché significa impedire la reiterazione dei reati, ciò in un giusto equilibrio tra la necessità della riabilitazione e l’esigenza di sicurezza sociale, perché, non dimentichiamolo mai, tutto ciò che riguarda i giovani (specie i minori) ha una grandissima rilevanza: attiene direttamente al futuro della società. E, se è bene conoscere il passato per gestire adeguatamente il presente, del tutto imprescindibile si delinea la capacità di proiettarsi, con sagacia e lungimiranza, sul futuro.

Dott. Gustavo Cioppa (Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: https://www.ilticino.it/2022/07/27/baby-gang-criminali-un-triste-fenomeno-della-nostra-societa/

L’alternativa alla pena per il minore a rischio

Devo ringraziare sentitamente l’avvocato Marco Campora, Presidente della Camera Penale di Napoli, per avermi invitato come relatore al convegno di mercoledì “L’alternativa alla pena per il minore a rischio”; incontro che ho fortemente promosso trattandosi di un argomento a me molto caro.
Abbiamo affrontato il tema delle alternative alla pena carceraria e della giustizia riparativa, evidenziando quanto possa rivelarsi complesso il percorso rieducativo, specie in quegli ambiti caratterizzati da un assoluto vuoto di valori, quali i contesti “mafiosi” in senso lato. Argomenti estremamente attuali che interessano tutta la collettività: la violenza e l’illegalità è un danno massimante grave laddove investa le nuove generazioni. E come emerso dal convegno, la proliferazione della criminalità giovanile può essere contrastata non solo e non tanto con la repressione, bensì con la prevenzione, anche attraverso un modello innovativo di “welfare educativo”, mediante azioni e progetti concreti.
Devo infine porgere i miei complimenti ai relatori, tutti seriamente impegnati su questi problemi di grande attualità.